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Thursday, July 29, 2010 ..:: ATTIVITA' » SEZIONE PROTEZIONE CIVILE » Disaster Management ::.. Register  Login
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Il Disaster Management

Il termine Disaster Management

Al pari di quanto succedeva in passato con la lingua latina per il diritto o la filosofia, oggi in parecchi settori del sapere quali l’urbanistica, la sociologia, l’architettura... la lingua americana va imponendo termini che risultano difficilmente traducibili nelle altre lingue nazionali. E’ il caso di Disaster Management che potrebbe, sgraziatamente, essere tradotto come “gestione dei disastri” o, impropriamente, come “Protezione Civile”, termine che nella lingua italiana ha assunto significati e articolazioni abbastanza diversi da quelli che sono identificati dal Disaster Management. Il termine protezione civile, infatti, identifica comunemente le operazioni di soccorso che vengono approntate dall’area esterna a quella colpita dal disastro da parte di organizzazioni quali Vigili del Fuoco, Forze Armate, volontari di protezione civile.. . Questo identificare la protezione civile con il mero soccorso non è, purtroppo, soltanto una imprecisione semantica ma un diffuso atteggiamento che trasforma la comunità colpita dal disastro in semplice oggetto di un intervento proveniente da un’area esterna e che non potrà che arrivare troppo tardi quando, cioè, il disastro si è già abbattuto sul territorio producendo distruzione e morte. Il Disaster Management, o se si vuole, il nuovo concetto di protezione civile, vuole invece fornire alla comunità locale gli strumenti e le metodologie per la sua autoprotezione. Cioè, le comunità locali devono essere organizzate per affrontare un disastro strutturandosi intorno ad un Piano di emergenza basato appunto sul concetto di autoprotezione.

Piani d’emergenza

Con il termine piano di emergenza si definiscono una serie di procedure da affidare ad un certo numero di persone ben identificabili, per affrontare un disastro o un’emergenza. Convenzionalmente i piani di emergenza si suddividono in piani di soccorso (Relief Plan) attivati da personale residente all’esterno dell’area minacciata o colpita dal disastro, e piani di autoprotezione (Self Safety Plan) attivati, invece, da personale residente all’interno dell’area.

Tutti i piani di emergenza, nascono dalla interpolazione di tre griglie di analisi: la vulnerabilità territoriale, la vulnerabilità sistemica e la dinamica delle risorse disponibili. La vulnerabilità territoriale è connessa agli aspetti prevalentemente geografici del territorio e all’impatto di questi sulle funzioni che in esso si svolgono mentre, la vulnerabilità sistemica, è intrinseca al funzionamento delle reti e dei sistemi. Ovviamente i due tipi di vulnerabilità sono strettamente correlati .

Un piano d’emergenza nasce sostanzialmente da uno studio sulla vulnerabilità del territorio, sulla possibilità che questo sia investito da un evento disastroso e sull’analisi del rischio massimo ipotizzabile. Quest’analisi può essere quantizzata effettuando sia una lettura degli eventi calamitosi che si sono verificati in passato nel territorio in esame, e che possono pertanto riproporsi, sia evidenziando nell’area gli elementi sensibili, strutture come dighe, stabilimenti industriali, linee ferroviarie o stradali, che hanno provocato disastri in altre realtà. Conclusa questa prima fase si passa alla redazione e alla quantificazione degli scenari del disastro.

Nel Disaster Management per pianificare l’emergenza ci si serve di “scenari” che prefigurano quello che, verosimilmente, può succedere all’insorgere del disastro; per valutarne gli effetti sui manufatti si utilizzando discipline “deterministiche” (quali la sismologia, la geologia, l’idrogeologia, l’ingegneria...) più complessa è la redazione di scenari riguardanti il collasso di sistemi organizzativi. Per la redazione di questi ultimi - messi da parte sistemi di indagine, in auge fino a qualche anno fa, basati sulla disseminazione di questionari indirizzati alla popolazione o al management e su complicati calcoli che avrebbero dovuto calcolare il comportamento del “sistema antropico” - oggi ci si basa su sistemi quali la “Tecnica di Delfi”, adattata per i disastri da Howard Linstone, che consiste, sostanzialmente nel sottoporre, a più riprese, ad esperti ed amministratori scenari che vengono, così, progressivamente perfezionati e, quindi, ri-sottoposti ad un successivo esame. Comunque, il prodotto finale che scaturirà dall’utilizzo della “Tecnica di Delfi” non sarà molto diverso o migliore di quello realizzato da un singolo analista territoriale dotato di una buona immaginazione.

Nella modellizzazione degli scenari il principale problema sta, nell’associare considerazioni e valutazioni quantitative sul territorio colpito da disastro con considerazioni e previsioni sul comportamento della popolazione residente nell’area in oggetto. Nonostante numerosi studi, non è possibile, infatti, delineare una regola generale che governi il comportamento della folla. Il comportamento della folla in una situazione di emergenza, non è la semplice sommatoria di quello delle singole persone che la compongono. La folla, diventa una specie di “organismo” caratterizzato da una dinamica propria. In molti casi, persone interrogate sul loro agire nella folla, hanno riferito di aver assunto atteggiamenti imprevedibili e inspiegabili perché fortemente influenzati da qualcosa di irrazionale dovuto al gran numero di persone presenti.

Per la redazione dei piani e la gestione dell’emergenza il Disaster Management - oltre che delle metodologie di tattica e strategia militare - si serve di una disciplina finalizzata ad analizzare e ottimizzare le procedure da attuare in una situazione di incertezza: la Ricerca Operativa (Operations Research), nata nel 1940 da un comitato di militari, fisiologi, fisici, matematici.. coordinato dal futuro Premio Nobel Patrick Blackett, per conto della Royal Air Force. Un’applicazione della Ricerca Operativa nella gestione dell’emergenza (sempre caratterizzata da una drammatica corsa contro il tempo) è data dal cosiddetto triage (dal francese “scelta”), tecnica nata per ottimizzare le operazioni della Sanità Militare. Il problema é questo. Dal fronte arrivano all’ospedale militare tre categorie di traumatizzati: la prima (poco numerosa) é costituita da soldati gravemente feriti, ognuno dei quali necessita di urgentissime e intense cure da parte di una numerosa équipe medica; la seconda (numerosa) é costituita da feriti non gravi, ognuno dei quali necessita di urgenti cure mediche da parte di una poco numerosa équipe medica; la terza categoria (molto numerosa) é costituita da feriti non gravi, ognuno dei quali necessita di cure non urgenti da parte di una piccola équipe medica. Su quale dei tre gruppi bisognerà concentrare l’impegno del personale sanitario per salvare il maggior numero di traumatizzati? Il problema é indubbiamente complesso in quanto bisogna considerare e quantizzare numerosi fattori quali la percentuale di sopravvivenza di ogni ferito lasciato senza cure sanitarie, il tempo necessario per curare ogni ferito a seconda del gruppo scelto, il tempo di resistenza dell’équipe sanitaria... A queste valutazioni già difficilmente quantizzabili bisogna aggiungere altre di ordine sociale e psicologico come la disponibilità di un medico ad impegnarsi per molto tempo su un ferito grave mentre altri gemono, e forse muoiono, abbandonati a sé stessi; l’effetto di questa situazione sul “morale” e quindi sulla stessa volontà di sopravvivenza dei feriti, l’esigenza di curare per primi gli ufficiali rispetto ai sottoufficiali e ai soldati... Come di vede si tratta di problemi che pongono gravi considerazioni etiche e morali ma che, come numerose altre tecniche di Disaster Management, sono state, comunque, analizzate, logicizzate in algoritmi e, infine, trasformate in programmi per computer.

 

 

Piani di emergenza: una storia di fallimenti

 Il più clamoroso fallimento è stato l'EarthquakeGeneral Plan. Osannato in tutti i convegni di Disaster Management, (la disciplina che si occupa degli interventi in caso di disastro) questo piano d'emergenza, calibrato per fronteggiare - nella peggiore delle ipotesi - una replica del Big Quake, il devastante terremoto che sconvolse la costa pacifica degli Stati Uniti nel 1906, era stato redatto per conto dello Stato della California da un’equipe di esperti, urbanisti, sociologi, psicologi... ed era costato quasi cinque milioni di dollari. Il piano contemplava scenari di eventi sismici, redatti e continuamente perfezionati dal centro di calcolo di quattro università che operavano sotto il controllo del computer dell'Università di Berkeley. Caratteristiche geologiche dei terreni, accelerazione loro impressa dal sisma, vulnerabilità degli edifici e degli impianti, direzione e velocità del vento per definire l’andamento che avrebbero conosciuto gli incendi, giorno e orario del sisma per calcolare la concentrazione delle persone in particolari zone, disponibilità dei servizi di emergenza... questi e altri dati si traducevano per i computer in una stima delle vittime, nella definizione delle strategie da adottare e, quindi, in una serie di precise disposizioni che sarebbero state immediatamente elaborate e trasmesse a tutti gli enti preposti all’emergenza.. Tutto sembrava contemplato e previsto e, nel settembre 1989 una spettacolare esercitazione, svolta alla presenza di esperti giunti da ogni parte del mondo, aveva suscitato un’incondizionata ammirazione per questo piano e cementato il “mito” della protezione civile californiana. Neanche un mese dopo, il 17 ottobre 1989, il terremoto che si abbatté su San Francisco fece andare in “tilt” tutte le strutture della protezione civile. A più di tre ore dal sisma, il quartiere generale dei soccorsi, localizzato a Sacramento, non aveva ancora stabilito un contatto con le squadre di San Francisco; dopo cinque ore, le strutture centrali della protezione civile non sapevano ancora del crollo del viadotto autostradale, sul quale pretendevano di instradare i soccorsi. I morti furono più di trecento, una buona metà di questi, secondo gli esperti, avrebbero potuto salvarsi se i tempi dei soccorsi fossero stati dimezzati.

Il Disastro di Kobe

 Ancora peggio è andata per un altro piano di emergenza: quello che avrebbe dovuto affrontare il terremoto di Kobe il 17 gennaio 1995. Già il 12 luglio 1993 la protezione civile giapponese non era riuscita a pianificare l’emergenza nell'isola di Okushiri per un maremoto annunciato da parecchie ore e che finì per provocare 400 morti; ma davanti al caos che ha caratterizzato i soccorsi a Kobe (tanto per dirne una, il primo ospedale da campo è stato installato 36 ore dopo il sisma) lo sbalordimento tra gli esperti di Disaster Management si è trasformato in scoramento. E ha fatto acquisire una sinistra attualità ad uno studio redatto nel 1989 da Luis Theodore, Joseph P. Reynolds e Francis B. Taylor i quali, andandosi a spulciare innumerevoli piani di emergenza scoprirono, che buona parte di questi si basano, per lo più, su ineffabili “coordinamenti”, destinati, durante l’emergenza, a istituzionalizzare conflitti di competenza, e su “risorse” che ancora non esistono; ancora peggio, in molti casi, i piani di protezione civile non sono conosciuti dalla popolazione e, addirittura, nemmeno dagli stessi funzionari che dovrebbero attuarli.

Una Politica di Prevenzione

Affinché si abbiano dei buoni risultati dall’applicazione dei piani di emergenza, bisogna che la popolazione, anzitutto sia a conoscenza dell’esistenza dei piani di emergenza, e che abbia coscienza delle problematiche dell’area in cui vive. Non sempre la constatazione di un potenziale rischio da parte degli scienziati si traduce in una consapevolezza diffusa tra la popolazione interessata che preferisce, quindi, ignorare il rischio. Questo si verifica soprattutto, quando il disastro ha una frequenza (ogni 3-4 generazioni) tale da non permettere la nascita di una “memoria storica”, in quanto non è più credibile la minaccia. Importante, quindi, risulta l’accettabilità sociale del rischio.

La presa di coscienza da parte della popolazione e la cultura della prevenzione la si ottiene, anche, attraverso le esercitazioni di protezione civile. Esse sono un momento importantissimo non solo per “rodare” la struttura che sarà preposta ad affrontare l’emergenza, ma per diffondere tra la popolazione le direttive che essa dovrà tenere in una reale situazione di pericolo. Inoltre, dovrà evidenziare i problemi che si creerebbero durante una reale emergenza e gli inevitabili difetti e incongruenze del piano di protezione civile. Da questo punto di vista la fase più importante della esercitazione é certamente costituita dall'analisi di questa, dal cronometraggio dei tempi di intervento, dalla disamina del diario della sala operativa... Informazioni delle quali bisognerà fare tesoro per la riscrittura del piano di emergenza.

Una scuola per il Disaster Management

Il Disaster Management è, ormai da tempo, argomento di studio in numerose centri di ricerca e università. Secondo uno studio effettuato nel 1988 dall’UNDRO -un organismo delle Nazioni Unite che si occupa dello studio dei disastri- questa disciplina, sotto varie angolazioni, costituisce corso di esame in ben 54 facoltà universitarie (ingegneria, medicina, architettura, urbanistica, storia, sociologia...> e in 22 istituti post-universitari.. In Italia il primo corso di Disaster Management, riconosciuto dall’UNDRO (United Nations Disaster Relief Office) è stato tenuto all’Università di Napoli nel 1986. Nel 1998 un corso annuale di Disaster Management è stato tenuto a Ispra presso il Centro di Ricerca della Comunità Europea

 

 

Dott.sa   Alessandra Piana                                                                                           Arch. Marco Gemelli

25/08/2004


  

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